Il volume delle pagine, che sfiorano le 800, segnala una delle molte differenze tra il DIES IRAE e i tuoi libri precedenti. E' come se tu avessi preso la decisione di dare una scalata...
Direi piuttosto che è un sintomo, non una decisione. Attraverso il non-romanzo L'Anno Luce, uscito lo scorso anno per Tropea, ho sperimentato alcuni moduli per tentare quella che giustamente chemi "scalata". DIES IRAE non è, per quanto mi riguarda, un romanzo ascrivibile a qualche genere, né facilmente etichettabile. Certo non è un thriller. Si comincia nel 1981 e si arriva nel 2006, ma ci sono, all'interno, salti temporali all'indietro o in avanti - molto in avanti. Dopo il prequel su Alfredino, il libro inizia nel 2005, con una lunga scena che potremmo quasi definire borghese se non fosse anche autobiografica (e le due qualifiche, nel mio caso, sono incompatibili). Poi si salta all'87, ma intanto incominciano a farsi luce le pagine dell'abnorme, indecrittabile libro segreto che sto scrivendo e che, appunto, si intitola "Dies Irae", ed è la cronaca discontinua della storia della specie umana a partire dallo sbarco su Marte, fino all'espansione oltre il sistema solare e alla sua estinzione o supposta tale. Si continua a seguire lo sfondo storico del nostro Paese e del nostro continente (craxismo, caduta del Muro di Berlino, Tangentopoli, la Nuova Europa in provetta ad Amsterdam), ma si affacciano anche i germi di una globalizzazione che nei Novanta esaltò stampa e media - e che è finita male, come stiamo osservando in questi giorni. Inoltre, sono almeno quattro le vicende personali che si incrociano nell'arco dei 26 anni in cui si sviluppa la trama (le trame) del DIES IRAE, e tra queste ci sono scene della mia vita, una sorta di autobiografia in pezzi, coerenti ma comunque non continui: incrinati. I personaggi essendo mutuati da figure reali, hanno richiesto una cura nella costruzione psicologica che nei precedenti libri (che erano soprattutto di genere) non avevo mai messo. Tutto ciò necessitava di spazio: ecco il perché delle 800 pagine.
Hai parlato dello sfondo storico su cui si inseriscono le vicende dei tuoi protagonisti. Il romanzo ha una tesi sulla storia italiana? C'è una sorta di sottolivello saggistico storico?
No, questo è un romanzo e pretende di esserlo a pieno: solo, è un romanzo storico, sulla storia italiana e un po' più che italiana nell'ultimo quarto di secolo che abbiamo vissuto. Non mi interessa la storia se non attraverso la lente della letteratura. In questo caso, mi gioco i miei modelli, che sono essenzialmente il Victor Hugo di Novantatré e l'Ellroy de I miei luoghi oscuri, oltre al modello centrale e insuperabile che è DeLillo. La storia, in DIES IRAE, emerge nelle vicende dei personaggi, ovviamente, ma anche in apici immaginari, come sono il pezzo su Moana Pozzi il giorno prima del congresso del PSI all'Ansaldo nell'89 (quello della famosa piramide di Panseca), Craxi che parla da quel palco e, pagine e anni dopo, esce dal Raphael a Roma sommerso dalle monetine, oppure il presidente della Repubblica Cossiga che parla agli italiani il capodanno tra '89 e '90 e dice cose pazzesche. Fioriscono articoli di giornali autentici, come quello dello scrittore Piero Colaprico sulla bomba al PAC di Milano nell'83 (Colaprico è giornalista di Repubblica, oltre che noirista). Poi cala la nebbia della sequenza "caduta del primo Berlusconi - Centrosinistra - Berlusconi", ed è una nebbia che, disponendo di una protagonista che vive in Olanda, si vede proprio in quanto tale: una nebulosa confusa, pallida.
Sarebbe comunque un'ipocrisia affermare che non mi muovo avendo a disposizione, più che una tesi, una sensazione intorno alla storia del mio Paese: inizio infatti dall'81, con l'epicentro del sisma che terremota tutto il libro, cioè il dramma di Alfredino.
Dici che Alfredino è l'epicentro di un sisma: quale?
E' un duplice livello. Da un lato c'è la vicenda vera della tragedia di Vermicino e dall'altra parte si consuma la diretta televisiva più incredibile della storia d'Italia fino ad allora: 18 ore di trasmissione ininterrotta in tempo reale, tre giorni di occupazione audiovideo e giornalistica del dramma di Alfredino - un'operazione che gli stessi esponenti Rai decisero secondo un calcolo politico, nel caso la vicenda fosse andata a buon fine. Però, nei giorni precedenti, tutti i media erano occupati dallo scandalo P2, dalla fuga di Gelli in Uruguay, dal processo a Calvi, dal rapimento del fratello del pentito BR Peci, dal rifiuto di Forlani a formare un governo (sempre per la questione delle liste P2). Con Alfredino, finita la tragedia a livello mediatico, ci troviamo un nuovo presidente del Consiglio, Spadolini, a guidare il primo governo laico della storia repubblicana. Intanto, quella diretta feroce e priva di pietà, ha allucinato e antropologicamente mutato tutti gli italiani, che insieme, davanti a uno schermo televisivo, hanno vissuto le stesse emozioni. Emozioni di segno opposto vivranno, tutti quei milioni di spettatori, l'anno successivo, con la vittoria azzura al Mundial (anche lì si parlò di un evento voluto politicamente: è la celebre denuncia di Oliviero Beha). Con Alfredino inizia la storia di un Paese che scivola verso un'identificazione progressiva nelle immagini, sempre più vuote e nulle, fino a oggi, attraverso il boom dell'emittenza berlusconiana, la galassia delle televendite, la tragedia carnacialesca del gossip, il sottovuotospinto di reality e fiction di oggi.
D'altro canto, c'è la misconosciuta vicenda giudiziaria di Alfredino. Fu fatto un processo: dall'esame della salma, che era stata ghiacciata in azoto nel pozzo artesiano, emerse che il bimbo era legato a un imbrago che non era un portato dei soccorsi. Il processo finì nel nulla, ma emersero dubbi inquietanti che quel dramma fosse stato voluto.
I tuoi protagonisti sembrano biglie impazzite che corrono e si incrociano su questo sfondo. Che rapporto hanno con questa vicenda nazionale di scivolamento nell'idiozia di quella che definisci "immagine vuota"?
Percorrono differenti destini, compiono differenti parabole, svolgono differenti ruoli. C'è l'uomo dei complotti, e c'è perché giudico il complotto una categoria importante per interpretare l'Italia fino al '95 - dopo è tutto diverso, funziona più la categoria dello stress da trauma per interpretare l'Italia dell'ultimo decennio. C'è quindi l'uomo dei traumi e dell'indigenza (affettiva soprattutto, oltre che economica) e sono io, che schiero le mie bizzarre difese, a partire dalla psicofonia fino alla letteratura invisibile, un'immagine anch'essa vuota che si oppone a quella che viene imposta dalla nuova civiltà italiana. C'è Paola, che a Berlino vive anni da Christiane F. nello Zoo della celeberrima stazione, migrata dall'hinterland milanese, e poi in fuga ad Amsterdam, sempre a confronto con un dramma indicibile, un trauma a priori che tenta ostinatamente di allontanare da sé. E c'è Monica, milanese della buona borghesia, la cui famiglia viene investita da Tangentopoli prima e dall'ideologia della produzione televisiva come cultura unica (persino controcultura...) dei nostri giorni.
Come possono darsi gli inserti dell'opera fantascientifica "Dies Irae", che tu scrivi senza requie mentre vivi questi 26 anni all'interno del romanzo?
Si danno proprio perché credo che la fantascienza sia il genere storico e DIES IRAE ambisce a essere un romanzo storico. Con le debite differenze (io non sono un tale genio e il mio romanzo non è un simile capolavoro) Don DeLillo con Underworld fa la stessa cosa, andando all'indietro e poi riaccelerando in avanti, per 50 anni di storia americana. La fantascienza del metalibro "Dies Irae", a cui io lavoro dentro il romanzo DIES IRAE, è sempre e comunque storia: una storia fantastica e massimalista, che salta tutto per immergersi nelle cose ultime. C'è una scena del libro fantascientifico in cui una specie vivente, che forse è la continuazione della nostra ma non lo sa, trova nello spazio una sorta di Stele di Rosetta che riassume, per strati ologrammatici, cosa fu l'umanità, e sulla cui superficie è iscritto l'ultimo messaggio della nostra specie, che colonizzò Marte e si espanse senza successo (o con successo di cui mai seppe nulla) oltre i confini del suo sistema. Parlare di amore, pietà, storia, da questa distanza, è totalmente diverso dal farlo in prosa "normale".
Nel libro insisti molto su oltretomba, spettri, medianismo, ma anche letteratura, immaginari, icone, allegorie.
Sono le armi del fantastico che, a mio parere, stanno già ora operando una crepa nel sistema di credenze occidentali. Crepa destinata ad allargarsi.
L'ultima sezione del libro si intitola "L’era in cui muoiono i padri e tutto brucia", mentre quella iniziale, dopo il prequel, si intitola "Cosa brucia?".
E' questo il percorso: emerge, in tutti i personaggi del libro, il problema che lo sfondo storico italiano sta ignorando, che è quello dell'alleanza tra generazioni. Cosa accade quando il padre muore? Tu sei da solo, non hai nemmeno più l'appoggio fisico che ti permetteva di giustificare traumi e affetti. Quindi, tutto brucia. Te compreso. In realtà, brucia la letteratura, il racconto si incarbonisce. Prima della scena fantascientifica finale, di cui nulla voglio dire perché rovescia tutto il rovesciabile, ci sono pagine in cui si descrivono i miei movimenti corporei mentre mi sottopongo a una terapia psicologica extraverbale: è un modo per dire che la letteratura ha un limite, la storia continua, generazione dopo generazione, il corpo è conduttore di quella frattura del tempo che chiamiamo storia umana e che è descrivibile da parole e nomi a prezzo di un'imprecisione imbarazzante. Rimane "io". Deve bruciare anche quello.
Perché il titolo DIES IRAE?
Perché simula un'apocalisse che non c'è nei termini in cui la si immagina, in quanto la fine di tutto è sempre, qui, ora. E in questo non-tempo abbiamo il dovere di comprendere che la prima fase dell'autoconsapevolezza è renderci conto dell'ira che ci domina e ci impulsa. Soltanto dopo quest'opera ci sarà pace, DIES PACIS.
|