GLORIA ETERNA AI VINTI

02/05/2007 Testi >

L’attraversamento delle colonne d’Ercole è sicuramente tra le ossessioni che hanno spinto alla morte alcuni dei più grandi uomini della Storia, rendendoli però immortali nella memoria popolare. Senz’altro fu l’ossessione di Robert Falcon Scott, capitano della marina britannica che alla fine del 1911, in piena estate antartica, partì alla testa di un’equipe di scienziati e marinai con l’obiettivo di raggiungere per primo il Polo Sud. Nel suo romanzo in uscita in questi giorni, Ultimo parallelo, Filippo Tuena racconta tutta la drammatica vicenda, dando vita a un libro che unisce la precisione saggistica all’intensità emotiva della narrativa di ampio respiro.
Scott, che considerava il successo dell’impresa una questione di prestigio nazionale, l’aveva preparata per più di un anno, valutandone ogni minimo dettaglio (memorabile il resoconto che ne fece Apsley Cherry-Garrard ne Il peggior viaggio del mondo). Ma soltanto poche settimane prima della partenza si era reso conto che il raggiungimento del Polo Sud sarebbe stata una corsa a due. Aveva infatti ricevuto un laconico telegramma (“I’m going South”) da Roald Amundsen, l’esploratore norvegese noto per aver scoperto il cosiddetto Passaggio a nord-ovest, che lanciava così il suo guanto di sfida.
In realtà Amundsen non era particolarmente interessato all’Antartide: si era a lungo preparato alla conquista del Polo Nord, ma la notizia che lo statunitense R. E. Peary vi fosse riuscito prima di lui, l’aveva obbligato a dirigersi a sud, cosa che peraltro dovette fare in assoluta segretezza, quasi di soppiatto. Guidato dai suoi cani avidi di chilometri da macinare, il 14 dicembre 1911 fu proprio lui, il norvegese, a espugnare il Polo. Anche Scott in verità lo raggiunse, ma con cinque settimane di ritardo, giusto in tempo per prendere atto della sconfitta e tornare indietro. Demoralizzato dal vedere sventolare la bandiera norvegese alla meta di tutta la sua vita, intraprese la marcia di ritorno, ma il tempo avverso lo rallentò drasticamente, finché lui e i suoi compagni trovarono la morte a poche miglia dal rifugio che avrebbe rappresentato la salvezza.
La tragedia si impresse indelebilmente nell’immaginario popolare. Ovunque si celebrarono commemorazioni solenni, e statue pubbliche furono inaugurate ai quattro angoli del pianeta. In patria Scott divenne addirittura un eroe, molto più che se fosse vissuto, e la sua vicenda divenne materia d’ispirazione per libri, dipinti, canzoni, film (nel 1947 fu John Mills, non a caso uno degli attori britannici più popolari dell’epoca, a interpretare il ruolo del capitano) e, come soltanto ai simboli succede, anche di una memorabile parodia dei Monty Python nel loro dissacrante show televisivo Flying Circus.
Come mai, viene da chiedersi? Eppure Scott aveva rovinosamente fallito. Non solo perché era arrivato secondo, ma soprattutto perché aveva perso – oltre alla propria – la vita di altri quattro valorosi compagni. È vero che tutto il viaggio fu segnato fin da subito da un’incredibile sfortuna, ma i suoi errori di valutazione (nella scelta dei pony siberiani come animali da traino, per dirne una) furono senz’altro decisivi. Né può dirsi che prima di allora si fosse dimostrato un vero leader, il condottiero carismatico che fa innamorare le folle: era sì avvolto da un’aura di rispetto che nessuno osava attraversare, ma il suo era un fascino discreto e, anzi, pare che la sua eccessiva sensibilità e riservatezza non lo rendessero certo il migliore dei comandanti. Perché, allora, un uomo così imperfetto, un “perdente”, divenne un eroe nazionale?
Una delle ragioni, evidentemente, è il fascino degli inglesi per gli eroi sconfitti, per l’epica disperata di quei vinti che sono caduti con onore, lottando fino alla fine. Tanto per fare un esempio, alle Olimpiadi che si tennero a Londra nel 1908, soltanto quattro anni prima della tragedia di Scott, il più applaudito dal pubblico di casa fu il maratoneta italiano Dorando Petri, che dopo un’incredibile rimonta era stramazzato a terra a pochi metri dal traguardo, facendosi sfuggire una gara praticamente vinta. E qualche primavera più tardi, nell’aprile del 1912, quando l’inaffondabile Titanic colò a picco, la stampa inglese si soffermò, più che sui motivi del disastro, sull’eroismo degli uomini che con grande calma avevano caricato mogli e figli sulle scialuppe di salvataggio, pur sapendo che di lì a poco sarebbero affondati insieme al transatlantico.
Gli anglosassoni hanno sempre avuto un debole per questo tipo di uomini, gente coraggiosa e disposta al sacrificio in nome di un ideale, come l’ammiraglio Nelson, ma anche eroi che per la patria si lanciano in missioni senza possibilità di successo (alla David Sterling, che tentò di rapire il generale Rommel nel suo quartier generale africano).
C’è poi un fattore contingente. Quelli che precedono la Grande Guerra sono anni duri per il Regno Unito, che non si sente più così sicuro del proprio ruolo dominante nel mondo. E in un contesto di inquietudine e diffuso pessimismo, l’odissea antartica di Scott diventa l’occasione per dimostrare che gli antichi valori inglesi – l’ardimento nelle avversità, il sacrificio, la fedeltà agli ideali – sono vivi più che mai. Perché nella sua vicenda non c’è soltanto il coraggio estremo, c’è soprattutto la fermezza morale di chi non si inginocchia davanti al rio destino, una dimostrazione di nobiltà e di fulgida abnegazione che dovrebbe scoraggiare ogni nemico.
E Amundsen, il norvegese?
Combinando al meglio audacia e raziocinio, aveva organizzato una spedizione pressoché perfetta, che infatti raggiunse il successo senza alcun intoppo. Mentre Scott era partito con pony e slitte meccaniche rivelatesi ben presto difettose, Amundsen aveva usato cento infaticabili cani da slitta. Lui e i suoi, peraltro, non erano soltanto esploratori professionisti, ma anche eccellenti atleti, avvezzi alle privazioni e alla sopravvivenza in condizioni climatiche proibitive. Pura fibra vichinga, acciaio inossidabile.
Eppure il fallimento di Scott eclissò il successo dalla spedizione norvegese. Non solo: l’opinione pubblica inglese si convinse che Amundsen fosse il cattivo, l’intruso, il villain. Perché si era intromesso in una storia che non gli apparteneva, aveva trasformato la conquista del Polo in una gara sportiva e, colpa più grave di ogni altra, precedendo Scott aveva annientato il suo spirito, privandolo delle forze necessarie alla marcia di ritorno. La sentenza non ammetteva obiezioni: Amundsen si era dimostrato sleale, senza scrupoli, e non meritava alcuna gloria.
C’è un altro particolare, infine, che convinse i sudditi di Re Giorgio della pochezza di Amundsen. Lo spiega bene uno dei compagni di Scott, il tenente Bowers, che arrivato al Polo annota sul proprio diario: «È triste che i norvegesi ci abbiano preceduto, ma sono contento che noi ce l’abbiamo fatta trainando le slitte da bravi inglesi. È la nostra tradizione ed è il più grande viaggio che l’uomo abbia compiuto». Ecco, Amundsen non aveva neppure rispettato le regole del gioco, non aveva trainato la slitta con le proprie forze, e pertanto aveva compiuto un’impresa meno nobile e valorosa di quella di Scott.
La verità è che il “professionista” Amundsen condusse la spedizione polare senza sbagliare una mossa, e conquistò meritatamente il suo primato, mentre il “dilettante” Scott, avversato anche dalla malasorte, commise una quantità di errori che gli furono fatali. Ma non è la perfezione o la fortuna che si chiede agli eroi, e talvolta la Storia dispensa gloria anche agli sconfitti: Scott aveva combattuto una lotta impari contro i propri limiti, e l’aveva fatto con un’ostinazione e un coraggio ineguagliabili. Poco importa che ne uscì distrutto.
In una pagina del suo diario, poi ritrovato accanto al suo corpo, Scott scrisse: «Il modo in cui verrà valutato il lavoro della nostra spedizione dipenderà in gran parte dal fatto che l’obiettivo principale sia raggiunto o mancato. Se avremo successo tutte le strade ci saranno spianate, e l’intero lavoro otterrà la giusta considerazione. Se invece falliremo anche il lavoro più eccellente probabilmente verrà ignorato e dimenticato, almeno per un certo tempo». Incredibile: Scott si era sbagliato un’altra volta.

S. I.

Il fascino per la dignità della sconfitta di Scott ha ispirato anche una giovane band di Leeds, gli iLiKETRAiNS, che nel loro album Progress-Reform hanno dedicato all’impresa del loro connazionale la canzone Terra Nova, accompagnata da un bellssimo video.

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