IL CASO DI KLINGENBERG

11/10/2007 Testi >

Il caso di Annaliese Michel (nella foto) è tornato di recente alla ribalta grazie a due film di produzione rispettivamente americana e tedesca, L’esorcismo di Emliy Rose (2005, Usa, di Scott Derrickson) e Requiem (2006, Gemania, di Hans-Christian Schmid). Annaliese (1952-1976) era cresciuta in una famiglia di ceto medio-basso nella Bavaria rurale, e dall’età di sedici anni fino alla morte soffrì di epilessia e disturbi psichiatrici molto seri che la costrinsero a perdere un anno di scuola per ricovero ospedaliero. Annaliese, tuttavia, riuscì a essere ammessa all’Università di Würzburg nel ’73, dove sperava di laurearsi per diventare insegnante. Il ricovero non giovò alla salute della ragazza, che anzi aggiunse ai suoi disturbi anche la depressione. Annaliese crebbe in una famiglia di devoti cattolici, al limite del bigottismo se vogliamo, con pellegrinaggi in autobus con il parroco della comunità e la rigida osservanza dei dogmi cristiani come regola di vita. Forse a causa del fallimento delle cure mediche, che acuirono i suoi attacchi per il continuo cambiamento di farmaci, la ragazza iniziò a nutrire un’insofferenza sempre più decisa nei confronti dei simboli sacri e iniziò ad attribuire questo atteggiamento alla possessione diabolica. Nel 1970, quando subì il terzo ricoverro, le fu prescritto un farmaco sperimentale, una sostanza psicotropa, che Annaliese continuò a prendere anche durante le sedute di esorcismo. La ragazza asseriva di sentire continuamente voci che la coprivano di insulti degradanti e di vedere le “facce dei demonio” ovunque: dalla condensa atmosferica sui vetri delle finestre fino alla trasformazione del viso delle persone che la circondavano. Convinta che le cure mediche non le facessero alcun effetto – e tuttavia continuando a prenderle – Annaliese si rivolse alla chiesa per essere curata in modo diciamo “alternativo”, chiedendo lei stessa di essere sottoposta a esorcismo. Nel frattempo le venne somministrato un farmaco – Aolept, a base di periciazina – che aumentava il livello di sopportazione del sistema nervoso durante le convulsioni. Nel ’73 iniziò il trattamento con Tegretol (carbamazepina) che secondo le tabelle mediche non dovrebbe essere somministrato alle ragazze di giovane età per i suoi effetti pericolosi sulle cellule del sangue. Annaliese prese questo farmaco fino alla sua morte, quando era ormai incapace di ingoiare cibo in qualsiasi forma, solida o liquida.
La famgilia intanto si rivolse alla chiesa per effettuare un esorcismo sulla figlia, ma senza risultati di fatto, poiché il Rito Cattolico prevede delle regole molto rigide e severe riguardo alla pratica dell’esorcismo, tra cui la prova inconfutabile che il soggetto deve fornire per decretarne la possessione diabolica. Il primo a rendersi conto che Annaliese fosse un’indemoniata fu il suo parroco, padre Ernst Alt, esorcista, che inviò la richiesta al vescovo di Würzburg nel settembre ’75 (e che fu da lui approvata). Il vescovo, Josef Stangl, appuntò il pastore Arnold Renz come esorcista, affiancato da padre Alt. Il trattamento medico di Annaliese terminò undici mesi prima della sua morte e dell’inizio delle sessioni di esorcismo, della durata di un’ora, che avvennero nella camera da letto dei genitori della ragazza a Klingenberg sul Meno. Stando alle registrazioni effettuate dagli esorcisti, Annaliese era posseduta da sei demoni, gli stessi che avevano preso il controllo di Giuda Iscariota, Nerone, Caino, Fleischmann (un prete del 16mo secolo) e persino Adolf Hitler. Tra questi demoni c’era anche Lucifero, o Belial.
Annaliese morì nel sonno il primo luglio del ’76, dopo 67 sessioni di esorcismo nell’arco di dieci mesi. Secondo il medico che la visitò la causa della morte era soffocamento (il mix di Tegretol, febbre e ipoxemia aveva annullato la capacità del corpo a reagire adeguatamente a sollecitazioni esterne).
Ma l’autopsia rivelò che la morte era causata da malnutrizione e disidratazione occorse durante i lunghi mesi in cui si sottopose all’esorcismo. I genitori di Annaliese e i due preti, Alt e Renz, furono imputati della morte della ragazza, con l’accusa che le condizioni della giovane potevano migliorare persino una settimana prima del decesso, se solo avessero ripreso il trattamento clinico.
Il processo ebbe inizio il 30 marzo ’78, sul palco dei testimoni salì anche il dottor Richard Roth, la cui expertise medica fu richiesta da padre Alt durante l’esorcismo. Di fronte all’aula, sotto giuramento, dichiarò che «Non esiste farmaco contro il demonio». I due preti erano difesi da avvocati pagati dalla curia, mentre i genitori da Erich Schmidt-Leicher, famoso per aver difeso molti indagati per crimini di guerra nei processi contro i nazisti. Durante il processo, gli avvocati difensori fecero ascoltare alla giuria i nastri registrati durante le sessioni di esorcismo per avallare la prova di possessione di Annaliese. Josef Stangl, il vescovo che approvò il rito di esorcismo, non fu mai indagato per l’accaduto e nemmeno convocato in tribunale a causa della sua tarda età e della salute cagionevole. Ma la questione era spinosa e la responsabilità della giuria grave: in caso avessero dichiarato preti e genitori “non colpevoli” il rischio sarebbe stato un aumento delle pratiche di esorcismo con conseguente possibilità di risultati tragici (come lo era stata la morte di Annaliese).
Dopo il processo, la Chiesa dichiarò che la ragazza soffriva di disturbi mentali molto seri che con la possessione non c’entravano nulla. Eppure la tomba di Annaliese attira ancora oggi molti pellegrini che credono nella possibilità della possessione, e ascoltando un frammento di dodici secondi del suo esorcismo, oltre a farsi accapponare la pelle, qualche dubbio sulla spiegazione “solamente” scientifica sorge spontaneo…
È interessante notare la differenza stilistica e di messaggio con cui Scott Derrickson e Hans-Christian Schmid hanno trattato il caso di Annaliese MIchel. Entrambi hanno cambiato i nomi dei protagonisti – nel primo la posseduta si chiama Emily Rose e proviene da una comunità del Midwest americano, nel secondo la storia si svolge in Germania vicino a Tubinga e la giovane ha il nome di Michaela Klingler – ma la versione tedesca è molto più vicina ai fatti reali.
Il film di Derrickson è un horror-processuale di discreto livello, con qualche caduta nell’ovvio cliché del terrore paranormale (i richiami inevitabili a L’esorcista di William Friedkin – 1973 – sono però aggirati con intelligenza dal regista: mancano il vomito verde pisello, le maschere sataniche di Linda Blair e gli insulti inverecondi ai preti esorcisti), abbastanza insolito nel ripercorrere in flashback il dramma di Emily Rose (la brava e bella, almeno prima della possessione, Jennifer Carpenter) attraverso le testimonianze in aula di tribunale delle persone coinvolte.Tuttavia le invenzioni d’effetto per farne un prodotto hollywoodiano (e chi parla è un cultore di Hollywood, senza accezione negativa) lo abbassano a un medio livello di citazioni: da Il presagio (1976) a Rosemary’s Baby (1968) passando per tutta la fenomenologia dell’horror satanico.
Il film di Schmid, Requiem è invece incentrato sulla vicenda personale della ragazza, sull’assaggio alla vita che trova all’Università di Tubinga, alla sua formazione in una famiglia semi-bigotta (la madre soprattutto) e alle incongruenze di una fede in cui crede e da cui viene delusa. Il film, presentato al Festival di Berlino nel 2006 e che vàlse a Sandra Hüller il premio come migliore attrice nel ruolo di Michaela-Annaliese, è un quadro d’interni girato con una sensibilità e un gusto estetico molto semplici, che arriva dritto al cuore. Un film molto diretto, con un bello spaccato della Germania a metà degli anni ’70, in cui la sofferenza interiore della protagonista è la contemplazione di una vita che i suoi disturbi fisici (l’epilessia, la vergogna di essere malata che la porta a impazzire e deperirsi) non ha nulla a che fare con l’horror, eppure riesce a essere più incisiva di qualsiasi scena spaventosa e di qualsiasi artificio digitale per richiamare il diavolo, il Male puro… o chi per esso.