REQUEL: IL PRIMO CAPITOLO

“Il cuore dell’Italia intera batte per un bambino in un pozzo”
“Abbi dunque inizio dunque, piccolo bimbo,
a cui i genitori non hanno sorriso,
né un dio mai lo ha degnato della sua mensa,
né una dea del suo letto”
Virgilio, Bucoliche, IV Ecloga

Vermicino – Mercoledì 12 giugno 1981

E’ un dolce presera italiano che va nel soffio tiepido e niente pare ora dentro il male e il soffio carezza le piane, e le catene dei colli, le rade e i valli del paese che muore Italia. E’ un paese che muore sui giornali, l’Italia, nella carta di pastastracci e senza collanti e umida di stampa dei quotidiani di giorno in giorno. Fatti politici oscuri che spaccano le leggi, incrinano la storia. Le istituzioni di getto avvolte nelle spire azzurrine delle fiamme, dell’ignominia, dell’immoralità. Imminenza di tragedia nazionale, la politica sbilanciata pronta al crollo, e il popolo diviso non era preparato a tutto questo dopo un decennio altrettanto cupo, con tante morti e fatti capitali, anni Settanta Pochi giorni addietro i magistrati, scesi da Milano nell’Aretino, hanno compiuto irruzione nella villa chiamata Wanda dell’uomo chiamato Licio Gelli, essendo egli assente, e hanno sequestrato documenti segreti, piani di azione, strategie golpiste e una lista di nomi sacri e intelligibili, una loggia che dall’interno dei palazzi intendeva stornare il potere verso un nuovo immaginato Stato, pulito e autorevole e dittatoriale, e nel centro di questo paese che muore, nella piana dolce laziale, in fondo a un buco è una piccola mummia raggrinciata come un feto e piccina di fango che copre il corpicino di un bimbo e ancora non si leva da lui lamento o se si leva da lui, sepolto vivo 36 metri sotto il terreno in un foro di centimetri 30, nessuno lo ascolta poiché il foro traverso cui è precipitato è stato coperto. Da una lastra. Metallica.
Sono le 19.12.
Il 17 marzo la lista dei 962 nomi segreti che componevano il corpo contundente della loggia P2 ha invaso i telegiornali, le prime e le seconde e le terze pagine di tutti i quotidiani, e il chiacchiericcio degli operai e degli impiegati e il partito dei comunisti era il bersaglio principe di questa manovra cospirativa, e la lastra metallica sopra il foro di entrata al pozzo artesiano dove è caduto quel bimbo impedisce ai flebili lamenti di esalare nell’aria dolce di Vermicino, nelle prossimanze di Frascati. Nessuno ascolta. Qualcuno sa?
Non si vede ancora alcun umano attorno a quella conca argillosa, ombelicale, al cui centro sotto la la lastra metallica è il pozzo artesiano profondo 80 metri, il perno intorno a cui è pronta a ruotare l’Italia. L’Italia, dall’occhio impersonale e nitido dei satelliti atmosferici e dei satelliti spia, sembra un piccolo feto ripiegato su di sé, che tenta di allungarsi, prova a uscire nuotando verso l’alto.
Il 13 maggio scorso, non esente da complicanze e appendici di quel caso oscuro di cospirazione che fa tremare l’Italia, detto P2, il Papa è enorme e bianco sulla jeep pontificale aperta e ruota salutando nell’immensa folla di piazza San Pietro, all’interno del colonnato accecante del Bernini che abbraccia lo spazio sacro, il nuovo Papa atletico e straniero che sta comunicando ovunque una sua idea di amore che lotta e il legno smunto e tarlato della croce, e una mano olivastra con il polso magro impugna nella folla l’arma nera ed esplode la pallottola e scende un soffio azzurro e preserale e la vibrazione è ovunque, ovunque è tutto fermo, sono tutti fermi, il tempo è sospeso come in una fotografia vivente, nessun respiro, e la vibrazione irradia ovunque e si muove e impercettibile agisce sulle cose e le persone, un ultracorpo cilestrino, e penetra la pallottola e poi tutto riprende a muoversi, la folla, la jeep, il Papa, e la pallottola così deviata lo raggiunge nell’addome e perfora organi non vitali e quella vibrazione celestiale era la Madre di Dio secondo le profezie di questo secolo, il Papa che crolla, la veste bianca senza cotta ricamata è rossa del sangue, liquido in cui avviene il teatro delle virtù e delle decadenze, “l’acqua più preziosa” come era definita nei sacrifici umani dai precolombiani. Il Papa fu trasportato al Gemelli. L’attentatore fu catturato, sta ancora parlando nella cella con i magistrati a pochi chilometri dalla lastra in metallo contro cui si frange esausto il lamento del piccolo bimbo, piegato come un feto, coperto di fango, quel bimbo ha il cuore difettoso e debole e il suo nome è Alfredo.
La nostra cultura.
La nostra storia, storia di storie.
Le piste crociate, i sovrappassi, le tremende consistenze del caso, delle tragedie.
Questo bambino coperto di fango incastrato in un pozzo artesiano a 36 metri, il braccino sollevato, l’altro braccio ripiegato dietro la schiena arcuata, stretto nella morsa del fango dentro il buio che la specie teme.
Sono le 19.15 e i telegiornali parlano del tentato suicidio dell’ex ministro del Tesoro Gaetano Stammati, attualmente presidente del grande magazzino distributivo “Rinascente”, comparso tra i nomi eccellenti della loggia di Gelli, personaggio di spicco nell’inchiesta sul caso Eni-Arabia Saudita, un affare di tangenti a cui non sembra estranea la cupa organizzazione cospirativa P2. Da sabato Gaetano Stammati è ricoverato all’ospedale milanese Niguarda, sembra un tentativo di suicidio, le ultime voci accennano a un tentativo di omicidio, l’uomo è stato registrato all’ospedale con il falso nome Gaetano Paganuzzi, il cui cognome è mutuato dal cognato Bernardino Paganuzzi, che fa parte della Commissione d’indagine sui malaffari del banchiere italiano Michele Sindona, anch’egli legato alla loggia detta P2, e il Presidente della Repubblica Pertini ha telefonato a Niguarda per sapere come stava Stammati.
Quando si muove il Presidente Pertini è segnale che i fatti sono in qualche modo decisivi, le cose sono importanti. Ciò che è importante è ambiguo. Al centro delle tragedie è il perno intorno cui ruota il pianeta, le sfere dei cieli, le acque esterne: al centro è il monarca. Dov’è il monarca?
Il Presidente Pertini che giovane decise l’eliminazione fisica di Mussolini, dicono i detrattori.
Il Presidente Pertini che con l’astro nascente socialista Craxi condivide le strategie, sa e tace e tra poco più di un anno nominerà Craxi primo ministro, il primo governo a guida socialista nella storia repubblicana dell’Italia, paese dominato dalla cupezza segreta della politica cupa segreta. E’ la natura di questo habitat che è la politica nell’Italia: la manovra non visibile, la parola non pubblica, la mossa non registrata. La strategia che si nutre dell’uomo, l’uomo che accetta e si fa invadere dalla corrente oscura, che lo percorre, vibra per il sistema osseo, penetra la materia bianca. Lingua che attraversa bocche, ritmi segreti che i pochi ascoltatori conoscono e accolgono come privilegio.
L’anfiteatro naturale attende il monarca, il padre di tutti gli italiani.
Il perno dei cieli è qui, 36 metri sotto il livello del suolo dove Pertini può appoggiare le suole delle sue scarpe cuoiate. Da dove il bambino Alfredo, sepolto vivo, potrebbe esalare respiri e lamenti, qualcuno potrebbe ascoltarli.
Sono le 19.18 e nelle pagine dei quotidiani pressate vecchie di due giorni nei contenitori per l’immondizia non ancora svuotati è il titolo “Si uccide a Roma colonnello della Finanza. Era stato interrogato su P2 e affare ENI” ed è perché nella tempia si è sparato Luciano Rossi, colonnello della Finanza, già interrogato dai giudici su documenti misteriosi finiti nelle mani di Gelli e del giornalista ucciso Mino Pecorelli, carte segretissime uscite dall’ufficio del colonnello Rossi, ufficio prima di lui occupato dal colonnello Salvatore Florio, morto in un sospetto incidente stradale in circostanze poco chiare nel luglio 1978. Prima di spararsi nella tempia (uno scempio, verrà constatato), il colonnello Luciano Rossi aveva ricevuto una misteriosa telefonata. La lettera di addio, che ha vergato con inusitata velocità di scrittura, è un’accorata dichiarazione di amore alla moglie, al figlio che da poco avevano ricevuto in adozione, tanto amato.
Sono le 19.20 e il papà di Alfredo, il piccino precipitato incastrato nel pozzo occultato dalla lastra in metallo, Ferdinando Rampi, chiede dove sia il figlio Alfredo. E’ nel profumo che stordisce della campagna insieme agli amici, uno dice “Ho visto che correva là, prima, da solo, giocava”.
In una lettera indirizzata a Licio Gelli, e recuperata nel corso del sequestro alla villa aretina di questi, Philip Guarino, ex prete, spretato, massone, ora collaboratore del Presidente statunitense Ronald Reagan appena eletto, scrive: “Oh, come desidero vederti!”.
Ferdinando Rampi e i suoi amici si dividono a raggiera e urlano: “Alfredo!” e il lieve lamento della piccola mummia di fango fresco oleoso ancora viva incastrata nei 30 centimetri di diametro del pozzo leva il suo flebile lamento, è un bimbo cardiopatico, Ferdinando Rampi e gli amici stavano dicutendo qualche minuto addietro della tragedia del giorno, hanno rapito a San Benedetto del tronto Roberto Peci, fratello di Patrizio che è il più celebre pentito dell’organizzazione terroristica Brigate Rosse, hanno rapito il fratello a quello che i brigatisti da dietro le sbarre urlando chiamavano “cadavere ambulante”, un ricatto infame. E ora urlano “Alfredo!” e il bambino non risponde.
Il cielo pervinca dell’Italia paese spettrale, i suoi dolci vigneti, chiari i fiumi nelle valli, a pochi chilometri dalle meteore e dalle rovine del Circo Massimo si sta spostando l’asse del paese spettrale, paese che muore, paese che ruota intorno all’asse di dolore e scomparsa bellezza.
E proprio stamane sono stati interrogati gli altri imputati con il banchiere cattolico Roberto Calvi nel processo valutario dei “finanzieri eccellenti”, enormi flussi di denaro fatti evadere all’estero illegalmente e proprio due ore addietro il presidente della corte Guido Roda Boggetti ha chiesto a Calvi, direttamente, “Lei conosceva Licio Gelli?” e il banchiere Calvi ha risposto “Sì”, soltanto due ore addietro, mentre Alfredo Rampi in quel momento correva nella campagna frascatese tra i vigneti e gli ulivi prima di sprofondare nel pozzo artesiano e poi qualcuno ha posto la lastra di metallo a chiusura del foro in cui è sprofondato. E tra un anno esatto il banchiere Calvi sarà ritrovato cadavere a Londra, con i baffi rasati, appeso impiccato sotto un ponte detto equivocamente “dei Frati Neri”, dapprima essendo ipotizzato il suicidio per il crack del Banco Ambrosiano che coinvolge anche il Vaticano, e poi invece divenuto, quel suicidio sospetto, a tutta evidenza un omicidio.
E solo un anno prima che accada questo, lamento in parole flebili italiane è questo vapore che sale dal pozzo dove il bimbo Alfredo è sprofondato.
Sprofondare.
Immergersi.
Ritornare nel fango liquefatto e primario dalle cui bolle emergemmo noi, la specie.
Questo movimento che riconduce la specie al sonno, dopo averla condotta alla luce.
Al non sapere di esserci.
Sapere di essere nel paese difficile da indagare Uruguay tranquillizza l’uomo italiano con i baffi fatti crescere prima di fuggire oltre il confine italiano, Licio Gelli, i capelli radi tinti di scuro, prima di giungere a Montevideo e poi traslocare immediatamente in località ignota agli investigatori dell’Interpol che ne sospettano la presenza sul suolo uruguagio in questi precisi giorni di giugno.
Misteriosamente Alfredo non risponde e insieme a Ferdinando Rampi è la mamma di Alfredo, Francesca.
Misteriosamente Forlani, indicato dal Presidente Pertini candidato premier, rinuncia alla formazione del governo italiano mentre devasta ogni palazzo dell’Italia la lista dei nomi affiliati alla loggia di Gelli.
Misteriosamente qualcuno sposta la lastra di metallo sopra l’imbocco del pozzo artesiano dove è precipitato Alfredo e si è incastrato e ora flebile sale dal fondo la voce del bimbo, piegato come un feto e come una piccola mummia, la voce che è un vapore e si perde nella sera pre-estiva a Vermicino e ancora nessuno riesce ad ascoltare.
Chi?
La nonna di Alfredo, Veja, aveva urlato: “E se il bimbo è caduto dentro nel pozzo?”, e avevano verificato, ma c’era la lastra metallica, nessuno poteva cadere, non si sentiva niente, e ora la lastra non è più a coprire interamente il foro.
Alle 21.30 vengono avvisate le forze dell’ordine.
Dieci minuti dopo giungono sul luogo alcune volanti.
Alle 21.35 qualcuno chiama le redazioni dei canali Rai, l’emittente televisiva nazionale, alle redazioni giunge l’ordine superiore di mobilitarsi massicciamente, inviati, telecamere, tecnici, gruppi elettrogeni.
Chi?
Per due ore e mezzo tutta la dolce campagna in vigne e uliveti intorno alla frazione Selvotta, tra via Sant’Irene e via Vermicino, viene perlustrata metro per metro e giunge da Roma, compatta come un’unità di assalto, la schiera di troupe televisive dell’emittente Rai.
Ci sono anche i cani, che annusano e scatenano i muscoli flessuosi, i musi addestrati in avanguardia, annusano eventualmente l’odore umano del piccolo Alfredo scomparso. Che non si trova.
Alle ore 24 precise, prima che i cronometri entrino nel nuovo giorno, pronto a trasformarsi nel perno intorno cui ruota il paese Italia, il brigadiere Giorgio Serranti, ascoltando i mormorii degli abitanti di quella frazione, viene a conoscenza dell’esistenza di un pozzo artesiano, gli spiegano trattarsi di un budello stretto una trentina di centimetri, di recente scavato fino alla profondità di 80 metri, fino alla falda acquifera. Lo informano che hanno già cercato lì, non si sente niente, e il brigadiere Serranti torna a controllare e la lastra metallica è stata spostata e il brigadiere fa attenzione a eventuali rumori provenienti dal fondo del pozzo artesiano. Passa un aeroplano, il cielo è nero, il rombo del velivolo copre il silenzio della campagna e i latrati dei cani addestrati e i rumori dei veicoli televisivi Rai e dell’assembramento attorno alla casa della famiglia Rampi, ma questi sono momenti, il rombo dell’aeroplano svanisce, il brigadiere infila la testa nel foro fangoso e percepisce flebile il lamento del piccolo cardiopatico bambino Alfredo, stretto a 36 metri di profondità, si sente levarsi l’invocazione: “Mamma”.
Hanno trovato Alfredo.
Alfredo è vivo.
Da questo momento l’anfiteatro naturale, al cui centro è il pozzo diviene la cavea per lo stasimo che l’Italia tutta, con il cuore che batte per la sorte del bambino nel pozzo, è pronta a vivere, sussulti del dramma che piacciono e conturbano per le sofferenze messe in scena e davvero vissute, è tutto reale nell’infinita teoria di fotogrammi delle riprese in diretta irradiate dall’emittente televisiva di Stato, reporter e inviati e cronisti che spiegano in diretta la disperazione e la speranza e descrivono le parole coerenti e sempre più flebili del bimbo in fondo al pozzo, giornalisti della carta accalcati intorno all pozzo accanto ai molti soccorritori, molti soccorritori accorsi da ovunque, da ogni angolo del paese scioccato e generoso Italia, unito nella disperazione e nella speranza, pronto a esalare il commiato o a erompere nell’urlo della gioia ritrovata, in bilico tra la morte e la salvezza, nell’assoluta incertezza che compone gli attimi dell’attesa e quindi del piacere, mentre vengono qui convocate le migliori tecnologie atte a trarre in vita fuori del pozzo artesiano il corpicino del bimbo Alfredo, una diretta che pare infinita, decine di ore con gli occhi italiani spalancati sui piccoli schermi, fasci di luce veicolati dai tubi catodici in forma di sagome della tragedia, atti di orgoglio e slancio, e molto pianto, molto pianto, fasci di emozione che investono cinquanta milioni di italiani insieme negli stessi momenti per la prima volta nella storia di questo paese che muore, milioni di italiani che non prestano attenzione alla realtà annunciata che sappiamo tutti come andrà a finire questa storia.
Conosciamo cosa accade alle storie, sempre.
Poi, però, esse continuano.
Le interruzioni sono salti.
Tra una diretta e il prossimo collegamento.
Nel buio illuminato artificialmente dai fari di soccorso e da quelli a uso della televisione, il ronzio pesante dei gruppi elettrogeni che alimentano luce nella notte, la spaccano, irrompono fasci luminosi potenti nel buio assoluto della campagna, nel buio che la specie paventa.
Cominciano calando una torcia appesa a una corda, per tentare di vedere il piccolo Alfredo. Non riescono a vederlo, il budello riverbera confuso il riflesso della torcia e urlano: “Alfredo, tu ci vedi?” e il bambino risponde di no e piange. Calano la medesima corda privata della torcia, al fine di misurare a quale profondità è incastrato il bimbo e per fortuna è incastrato con la testa verso l’alto, altrimenti sarebbe già deceduto a causa della pressione sanguigna, e sotto di lui è un vuoto di 44 metri, essendo egli compresso dalla strettoia di fango a metri 36.
Qualcuno dice: “Caliamo una tavoletta, così lui ci si siede sopra e noi lo solleviamo” e lo fanno, è una strategia improvvisata stupida, la tavoletta si incastra a 24 metri, lascia aperto un minimo spiraglio, ma è incastrata.
Chi?
Qualcuno suggerisce di risollevare con uno strappo la tavoletta che imbottiglia definitivamente il piccolo Alfredo, ma la corda si spezza. Da questo momento soltanto piccole fiale di acqua zuccherata potranno oltrepassare la tavoletta e giungere al piccolo Alfredo per alimentarlo.
Chi?
Tra le ore 5.00 e le ore 6.00 di giovedì mattino, alcuni speleologi, magrissimi ed esperti, si fanno calare nel budello, tutti a venti metri strattonano la corda per farsi riportare in superficie e dicono “E’ troppo stretto, non ce la facciamo”.
Alle ore 6.00 di giovedì mattino giunge, dalla ditta Tecnopali, un trivellatore efficace, tecnologicamente all’avanguardia, recuperato in extremis, dopo avere svegliato mezza Roma, dal comandante dei vigili del fuoco Elveno Pastorelli. L’idea è di scavare un pozzo parallelo a quello in cui è imprigionato Alfredo, scendere fino ai 38 metri di profondità, scavare un tunnel orizzontale e recuperare il bambino da sotto, evitando che egli scivoli lungo i 44 metri di vuoto sopra cui pende.
Grida: “Mamma, tirami fuori. Mi fa male un braccio e una gamba. Sono stanco”.
Elveno Pastorelli gli risponde con un megafono: “Alfredo, sono il comandante dei vigili del fuoco!”.
Il bambino grida: “Ti conosco, ti ho visto in televisione”.
Lo ha visto in televisione.
Il bambino grida: “Ti ho visto in televisione per il terremoto”.
Il terremoto in Campania, una tragedia italiana, un’altra tragedia italiana, diversa. Morti, fondi perduti, tangenti, ricostruzioni fantasma, poca tv.
Il bambino grida: “Quanti uomini hai?”
Pastorelli: “Ho cento uomini. Ti prometto che ti tiro fuori”.
E il bambino, cardiopatico, sei anni, dice calmo: “Bene”.
E’ alle ore 8.30 che il trivellatore della Tecnopali inizia a escavare. La pala sfonda, bene, il primo strato di tufo morbido e in un paio di ore raggiunge la profondità di metri 11.
I canali televisivi Rai trasmettono in diretta euforico ottimismo, i cronisti inarcano le labbra in un sorriso che comunica più certezza che speranza.
Intorno alle ore 10.30 la pala del trivellatore incontra uno strato impenetrabile, granitico, tecnicamente è detto essere “un cappellaccio”, la benna fatica ad andare avanti. A ogni tuffo nel tunnel, scava non più di dieci centimetri.
Alfredo urla che ha sete, vuole che gli diano da bere. Talvolta si calma e prende sonno, per pochi minuti, si sveglia, si innervosisce. E ha il cuore malato e devono operarlo a settembre.
Alle ore 12.30 giunge sul luogo un nuovo e più potente trivellatore, è colossale. Soltanto per montarlo sono richieste operazioni che durano dodici ore, ma qui la volontà è grande, la generosità è immensa e italiana, la tragedia è imminente, la fatica è profusa, in tre ore soltanto il ciclopico braccio metallico della geosonda è assemblato.
Alfredo urla che gli scappa la pipì e ha sete.
Intorno alle ore 15.30 l’enorme puntello della geosonda si tuffa nel tunnel parallelo al pozzo. Si sono raggiunti soltanto 20 metri di profondità. Lo strato di terra di origine vulcanica, che rallenta l’escavazione, è sempre più duro e resistente.
Una cannula viene calata fino ad Alfredo, connessa a bombole di ossigeno ciclicamente cambiate, il bambino respira di lì.
Alle ore 18.30 la misurazione della profondità a cui è giunto il secondo trivellatore geosonda getta chiunque nello sconforto: 21 metri e 4 centimentri. Getta chiunque nello sconforto nell’Italia questa notizia diffusa in diretta dai canali televisivi, i cronisti pallidi, le labbra violacee, sembra sia finita, il dramma corre verso l’ineluttabile, anche in ciò la specie ricava residui di piacere, la fine buia e certa verso cui essa corre, attratta come da un magnete non visibile, una forza di gravità tenebrosa che accelera il passo della specie verso il buio.
Cadiamo tutti nel buio artesiano, sappiamo tutti come finirà questa storia.
Alle ore 20.15 entra in azione un nuovo trivellatore, più agile dei due precedentemente utilizzati. L’equipe medica riesce a calare nel pozzo artesiano una fiala di acqua e zuccheri, raggiunge il bambino Alfredo, non gli piace, urla che vuole acqua e non whisky.
L’anfiteatro è stracolmo di persone giunte da Frascati, da Roma, tecnici, operai, famiglie, aggregati alle troupe televisive, autorità locali, forze dell’ordine.
Guardate quell’uomo in giacca e cravatta, azzimato, impeccabile, ritto sull’orlo della conca al cui centro trivellano accanto al foro del pozzo artesiano.
Guardate quell’uomo scuro di capelli e pallido, vestito in grisaglia che gli è accanto.
Confusi nella folla immensa.
Giungono auto da ovunque, suonano i clacson perché non si trova parcheggio, chiunque vuole essere qui, nel punto preciso in cui l’asse celeste perfora il paese che muore con il bimbo, Italia.
Chiunque in Italia scruta le fasi dei soccorsi nelle dirette disperate irradiate nell’etere di tutta la nazione, cinquanta milioni di italiani che per la prima volta nella storia diventano cinquanta milioni di spettatori italiani.
Invoca lo zio Ivo, nessuno si accorge che non esiste nessuno zio Ivo. E’ uno stato confusionale, forse, indotto dalla penuria di ossigeno in un ambiente tanto ostile, un ventricolo largo centimetri 30, mentre fibrilla il ventricolo difettoso dell’apparato cardiaco del bambino.
Invoca lo zio Ivo, qualcuno se ne accorge.
Non esiste nessuno zio Ivo.
Chi?
All’improvviso è arrivato Pertini. “Questa storia mi spezza l’animo” dichiara ai cronisti, evita le telecamere, non vuole concedere interviste, è qui per rappresentare il dolore, la speranza, lo spasmo, l’attesa dei cinquanta milioni di italiani che presiede. Quando si muove il Presidente Pertini è segnale che i fatti sono in qualche modo decisivi, le cose sono importanti. Ciò che è importante è ambiguo. E ordina di parlare con Alfredino, e ascolta al radiofono le parole sempre più flebili e sconnesse, a volte piccate, del bimbo di sei anni incastrato a 36 metri sotto i piedi del monarca, della folla che giunge spasimando da Grottaferrata, Marino, Frascati, Monteporzio.
Lo zio Ivo.
Con il vigile del fuoco Nando Braglio, incaricato di parlare ad Alfredo per mantenerlo sveglio e cosciente, il bimbo parla di Mazinga e il vigile del fuoco Nando dice a pochi passi da Pertini: “Non piangere, vedrai che andrà tutto bene. Adesso arriva Mazinga con le mani di ferro e ti porta via. Sei contento? Non preoccuparti, anche se ci sono delle difficoltà veniamo a prenderti”
Non è contento ed è già per tutti e per sempre e ovunque non più Alfredo, non più bambino: è Alfredino. E Alfredino cerca di urlare con il fango che cerca di soffocarne la gola e urla: “Ma quali difficoltà? Sfondate la porta ed entrate nella stanza buia!”, urla Alfredino.
Urla di nuovo, Alfredino, nella chiarezza postuma delle tue sillabe che levitano nell’aria per venticinque anni, urla con il filo di voce il vapore accusatorio, indica postumo l’angolo nero dell’affare, l’affare di Alfredino che ha stravolto la programmazione televisiva e l’impaginazione dei giornali, non più Gelli P2 Calvi Colonnello Rossi Suicida Gaetano Stammati Tangenti Eni Peci BR, nulla, più nulla, soltanto l’affare Alfredino, talmente chiarificato dall’evidenza del dramma che nessuno osserva e scruta il budello nero del mistero, la cupa verità che in forma di vapore vocale fai salire filiforme dal pozzo artesiano, e urli: ““Ma quali difficoltà? Sfondate la porta ed entrate nella stanza buia!”.
Quale porta?
Quale stanza buia?
Chi ti ha portato lì?
E’ il segnale dello stato confusionale.
C’era stato un lungo applauso all’apparire della sagoma anziana e tremula del Presidente Pertini, un applauso che stordiva, lo stato confusionale in superficie.
Il primario del reparto rianimazione dell’ospedale San Giovanni, Elvezio Fava, aveva dichiarato che fino a quel momento non si riscontravano disturbi di alcun tipo. Però ora, le parole sconsclusionate, sfondate la porta, entrate nella stanza buia, la penuria di ossigeno…
Alle 22.30 calano un nano. E’ un vecchino minuto, barbuto, pare un elfo, è un nano, si chiama Isidoro Mirabella. Lo calano nel pozzo artesiano e, raggiunti 20 metri di prodondità il nano urla nome di Alfredo e il bimbo lo sente e tenta di urlare, ma il fango gli sta smottando addosso e affoga le labbra e urla al nano: “Ma mi vuoi lasciare dormire? Qui non sto mica giocando, io”.
Io.
Stracolmo di io è l’anfiteatro dove ogni io è venuto per vedere, l’io a contatto con quanto accade e senza mediazioni, senza filtri e ostacoli, senza il diaframma dello schermo a colori o in bianco e nero, nella notte numinosa in cui trapassa l’Italia da una forma all’altra.
Pertini è stato coperto da un applauso, straziato dalla storia del bambino nel pozzo, e tra un anno allo stadio Bernabeu si alza al terzo gol di Altobelli nella finale del Mondiale di calcio in Spagna e dice che no, non ci riprende più la germania, il cancelliere Schmidt è una statua di sale accanto a Pertini che si solleva e con l’indice nega ogni possibile recupero e la pipa è nell’altra mano. Ogni possibile redenzione. La partita è vinta, ormai, quindi la partita è persa, ormai, per i tedeschi, e l’Italia esplode nella sua forma rinnovata, germinata da questa notte in questa conca naturale, forata nel centro dal cunicolo artesiano dove il bimbo Alfredino è un fantasma che nessuno vede e già ricorda per sempre, uno spettro identificato nella forma di una fotografia, l’unica, in bianco e nero, mentre sorride nella spiaggia e gli occhi sono abbacinati dal riverbero del sole e la maglietta a righe copre il minuscolo torace, immaginando la tenerezza di quel costato, ora compresso mentre è rannicchiato sepolto in profondità, piccola mummia che vive coperta di fango oleoso.
Popolani in grandissima maggioranza, lavoratori affluiti dai cantieri edili vicini, dalle vicine officine meccaniche e dai vicini cascinali, agricoltori, donne anziane sudate e partecipi, nel vorticare dello sciame di forze dell’ordine e vigili del fuoco e cronisti della carta stampata e tecnici delle troupe televisive e in piedi ritto insieme all’Italia il Presidente Pertini e nel via vai esaurite le sagome smunte e stravolte di Ferdinando e Francesca, genitori di Alfredino. E sul bordo a nord dell’anfiteatro argilloso, una accanto all’altra, i due uomini, uno indefettibile, sembra un anglosassone, e l’altro sempre più pallido, quello in grisaglia, sempre nel medesimo punto di osservazione.
E notte ed è sabato 13 giugno e sul prestigioso quotidiano redatto in via Solferino a Milano, il Corriere della Sera, appare dietro la pagina di cronaca del dramma di Alfredino una pagina a pagamento, composta quasi fosse una pagina normale, articoli graficamente disposti per essere indistinguibili dalle normali pagine del giornale e il titolo a caratteri cubitali è: “Milano 3: nasce una città”, dove si dice che è accaduto che c’è “dopo il successo di Milano 2, una nuova prestigiosa realizzazione del Gruppo Edilnord” dei fratelli Berlusconi, “Milano 3 si propone come città degli anni Ottanta, ricca di verde e di servizi, ‘amica’ dei bambini, affrancata dai pericoli del traffico” e quindi senza pozzi artesiani.
Amica dei bambini.
Chi ti è amico, Alfredino, nell’istante protratto della storia che ci avvolge e ci trasforma, la nostra gelida nuova cultura, che tutti ci abbraccia dicendosi amica?
Il pozzo parallelo scavato dai trivellatori geosonde ha raggiunto metri 34 di profondità. Le condizioni del bambino peggiorano, secondo le sonde dei medici dell’ospedale San Giovanni: 48 respiri al minuto.
A turno, con un martello pneumatico, si calano nel pozzo parallelo tre operatori, tre vigili del fuoco agli ordini di Pastorelli. Le geosonde hanno incontrato un nuovo strato roccioso, perforarlo impiegherebbe troppo tempo, il tempo è prezioso. Tempo: unico bene, l’acqua più preziosa. Si calano. Uno dà il turno all’altro. Con il martello pneumatico tentano di sfondare la parete che divide il pozzo parallelo da quello artesiano in cui è imprigionato Alfredino. Che si è addormentato. 48 respiri al minuto. Il martello pneumatico lo risveglia. Ne ha paura. Dice che gli fa male un ginocchio. Non riesce a chiacchierare, chiama: “Mamma”. Gli viene ordinato di chiamare Mario, l’uomo che sta abbattendo la parete tra i due pozzi e lui lo chiama. Ha paura della macchina pneumatica. Occorre che il vigile risalga, ce l’ha quasi fatta, gli danno il turno. Alle 17.48 il vigile del fuoco Beppe De Santis allarga il buco tra i due pozzi, infila la testa nel pozzo artesiano, dovrebbe trovarsi due metri sopra Alfredino, e urla: “Dove sei, Alfredino? Mi senti?”, e Alfredino risponde che lo sente, e De Santis infila una torcia ma due metri sotto di lui il bambino non c’è.
Dov’è?
Risalgono i pompieri, si inabissa uno speleologo.
E’ un lungo teso silenzio di attesa e l’aria freme, finché non risale lo speleologo e dice: “L’ho visto, è lì sotto, è lontano, è scivolato più in basso, è lontano!”.
Alfredino è scivolato di altri 29 metri. Sotto di lui è l’acqua. I respiri calano in frequenza.
Dice: “Ho sonno”.
Inizia il grande, tumulato silenzio.
E’ notte, nuovamente. Tra la folla si fa strada un uomo: non è un uomo. Piuttosto è uno spettro. Magro come un asceta, pallido come un carcerato a vita. Non alto. Minuscolo.
Spettacolo di una terribilità sconosciuta al nostro costume, il dramma di Vermicino sarà ricordato anche per le sue cadenze cupe ed affannose, per le atroci incertezze che ha consegnato alla pubblica opinione, alla sterminata massa di gente che ha seguito l’evento in diretta televisiva e radiofonica, per il turbinio delle emozioni che ha scatenato. Non era mai accaduto, forse.
Nella notte è tutto ciò che il tentativo mostra di estremo. E’ l’avanguardia, la presa cieca, il momento opportuno e definitivo e lo spettro magrissimo ha una riconosciuta abilità speleologica e si chiama Angelo Licheni e si cala dentro il pozzo, ha 24 anni, la pulsazione del sangue mantenuta sotto certe soglie grazie a tecniche di respirazione che regolano le endorfine e scende. Scende lento, urla ordini circa le corde da strattonare.
E arriva.
Tocca Alfredino.
Coperto di fango.
Dice che lo lega e lo solleva.
Sette volte tenta la presa, sette volte inutile si dimostra ogni presa, ché il bimbo è quasi inerte sotto lo strato oleoso di fango, e Angelo Licheni tenta di imbragarlo, sette volte e sette volte il corpicino gli sfugge, e finalmente riemerge lo speleologo, uno spettro di fango, l’uomo ai primordi, agli esordi, o prossimo all’esito finale.
La disperazione viene irradiata notturna dai tralicci e dalle antenne di traverso agli schermi di ogni abitazione di questo paese in mutazione, che muore e rinasce, Italia.
Ogni forma è fredda.
Ogni limite è una negazione che viene evocata.
Sette volte. Sentendo sotto la pellicola oleosa la tenera carne. Ormai esanime.
Fino alle 6.40. Albedo sulla campagna invasa da gruppi di umani, da gruppi di veicoli, da gruppi elettrogeni, dal gruppo delle geosonde. Si cala l’ultimo speleologo, Donato Caruso, si munisce di manette, per evitare quello scivolamento ripetuto, ripetuto. Scende. Urla da sotto: “Lo vedo”. Urla: “L’ho preso”. Urla: “Gli ho infilato le manette al polso”. Urla: “Scivola, il polso è scivolato via dalla manetta”.
Si avvicina.
Lo tocca.
Dice: “Non lo sento respirare. Adesso è incastrato con la testa reclinata. Non respira”.
Profondità 63 metri, 20 centimetri.
E’ una piccola mummia di età preromana. Non respira.
Inviano adesso, soltanto adesso, una sonda a circuito chiuso e sul monitor dei soccorsi si vede, fosforescente, il corpicino infangato, il braccino teso all’alto e l’altro ripegato dietro la schiena, come fosse seduto, rannicchiato, un feto di terracotta, una statuetta votiva. Qualcuno vede l’immagine azzurrina,…